Copywriter’s Shirt

Talvolta penso che la lingua italiana non si addica più di tanto alla discussione della moda. Cioè, purtroppo qui Vice Italia e Pig non si trovano, dunque non posso far altro che presupporre… ma sono (onestamente) curioso di sapere come i collaboratori di quelle testate risolvono il problema. Parlare di cose ggiovani in modo ggiovane in una lingua vvecchia deve richiedere una buona dose di talento.

Anyway, questo weekend ho fatto un mega tour della moda a NYC e Boston insieme al mio amico Andrew, atterrato sulla costa est per piazzare le sue magliette (già assolutamente di moda là nell’Ovest ammerrigano) nei negozi alla moda della grande mela e della sorellina ultra-erudita.

In questi tre giorni di violenza psicologica auto-inflitta passati a surfare negozi in cui il sottoscritto non si può permettere nemmeno un adesivo, mi sono innamorato di tre marchi:

Seize sur Vingt
Invidia allo stato pure per il trentaquattrenne che ha fatto carriera e che, stilisticamente parlando, è passato ben oltre i toni smussati dei vari marchi che macinano su iconografie hip hop svendendo credibilità in scatola ai fratelli bianco panna. Insomma, questa è roba per l’uomo che è troppo moved on pur sapendone a pacchi. Andrew mi ha dovuto chiudere la boccuccia un paio di volte finendo per passarmi un fazzoletto di carta per asciugarmi la bavetta.
Un marchio di transizione, puro esclusivismo bilaterale: per il cliente (che non si può permettere di essere ne troppo giovane, ne troppo vvecchio) e per il marchio (che appunto ha un micro-target pazzesco). Ovviamente non ho comprato niente, ma un giorno anche io avrò 34 anni.

Acne Jeans
E’ inutile, io le pantacalze a jeans non me le metterò mai. Saranno pure simbolo cross-culturale abbracciato sia dai post-crust sensibili all’evoluzione della specie che ai post-cool-britannia che vanno dietro a non so chi. Se proprio dovessi fare dei compromessi ed abbandonare quei 4star che compro su Crailtap a $10, forse comprerei questi Acne che stanno a metà tra l’omosessuale che si contiene, il copywriter che resiste la demenza estetico-culturale newyorkese ed il kid che ha i soldi per uscire dal gruppo e fare differenza.

Know1edge
Tornati a Boston siamo andati da Bodega, il negozio demente-segreto che per entrare devi schiacciare il pulsante sul pavimento che fa slidare il distributore di bibite finto rivelando la boutique di lim. ed. stuff più pretentious della costa est. Qui ammiro, sempre con la bavetta, le giacche di questo marchio semi-sconosciuto che fanno tanto “ma tu vesti ancora Carhartt?”

~ di Davide su aprile 16, 2007.

5 Risposte to “Copywriter’s Shirt”

  1. mamma mia la moda.

    come ti potrei distruggere
    tuo
    dries va noten

  2. In che senso?

  3. Voglio che sia messo a verbale che per una volta avevo citato una marca di vestiti prima di te. Credo sia un caso unico in tutta la vita. Gli Acne l’anno scorso a Stoccolma andavano fortissimo.

  4. Hai vinto Enzo! :-) Infondo Acne (come marchio) nasce a Stoccolma!

    P.S.: L’ho scoperto adesso.

  5. “Talvolta penso che la lingua italiana non si addica più di tanto alla discussione della moda. Cioè, purtroppo qui Vice Italia e Pig non si trovano, dunque non posso far altro che presupporre… ma sono (onestamente) curioso di sapere come i collaboratori di quelle testate risolvono il problema”

    Vice non fa altro che tradurre la maggior parte degli articoli dalla casa madre e, quando non lo fa, tenta di adattare lo stile pseudo-squalo US con risultati non sempre eccelsi (tendenzialmente va verso la direzione di un Rodeo piu’ r’n’r). Pig si mantiene su una linea piu’ generica e informativa, una sorta di V Vanity Fair piu’ ccciovane.

    Commento strano pero’…la critica della moda e’ uno dei rivoli giornalistici in cui l’Italia non soffre piu’ di tanto il confronto…eppoi l’Inglese non e’ che sia tanto piu’ giovane dell’Italiano :)

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