Sartre ed il golf.

Ieri sera ho guardato The History Boys, uno di quei film vecchi dentro, che poco hanno da condividere con gli andazzi dell’indie moderno. E’ che erano anni che non vedevo un film con le cravattine ed i professori omosessuali sovrappeso che discutono Thomas Hardy con quella passione ridondante che fa molto Educating Rita. E non puoi neanche accusarli di ruffianeria, visto che il tutto è tratto da una pièce teatrale di Alan Bennett. Ti devi arrendere al fascino della muffa intellettuale per poi renderti conto che nonostante i tuoi riferimenti siano diversi, a quel mondo fatto di miti da citare costantemente appartieni anche tu. Ed è un po’ questa battaglia interna tra l’immediatezza del contesto giovanile moderno, così esplicito e pesantemente rivelatorio – con i nostri profili su Virb, Facebook e MySpace a spiegare esattamente chi siamo, a cosa apparteniamo e cosa cerchiamo – e quell’insicurezza esistenziale che negli anni ’80, senza web 2.0, ti instradava magicamente verso i dischi degli Smiths ed i libri di Oscar Wilde, incuriosito dall’ambiguità intellettuale di un pop ancora colto e politicizzato. Quando alle superiori tutti dicevano che il loro film preferito era Dead Poets Society (L’Attimo Fuggente) invece che American Pie.

E The History Boys nella sua didascalica natura sembra voler mantenere vivo quel mito che ha prodotto mostri come Colin Meloy, nella rivalutazione di valori intellettuali da libro di poesia. Quell’iconografia, le biblioteche, le cravatte, le frange e le pulsioni omoerotiche le abbiamo consumate in abbondanza. Io che andavo in edicola da Federico ad elemosinare i film di Tony Richardson registrati da Rai3 e la cricca del Covo circa ’94 che idolatrava Jarvis e Mr. Anderson.

Strano averlo guardato proprio ieri, con la tempesta di neve fuori che non posso neanche andarmi a comprare la cioccolata e le riflessioni costanti sull’idea di passare l’estate a fare ricerca nel tentativo di avvicinarmi ad una Ivy League per un dottorato. Mi fa un po’ ridere, nell’America di Idiocracy, denotare l’isterismo che permea sempre di più il desiderio di approdare ad un programma accademico ultra-selettivo. Che mica lo fai per diventare ricco, vuoi solo estraniarti legittimamente dalla demenza che sempre di più ti circonda. Poi alla fine metti PhD davanti al tuo nome e nessuno ti può toccare. Hai reclamato la tua weirdness, you paid your dues. Che mondo strano.

~ di Davide su marzo 17, 2007.

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