The Culture Industry

A me non piace come Jukka generalizza sull’eventuale ritorno del post rock. Certo, la Kranky è tornata ai fasti di una volta, re-imponendosi in quanto etichetta con le palle, forte di un’identità che tante altre senior label hanno perso. Pure io mi sono genuflesso ascoltando Tim Hecker (pure Benoit Pioulard, un paio di pezzi dei Deerhunter ed il disco di Keith Fullerton Whitman mi hanno fatto bene), ma andare a dire che questo è un ritorno, o una (in)cosciente riflessione o riconfigurazione d’intenti da parte di chi fa musica mi sembra un po’ delirante.

Il post rock come “adesivo” da appiccicare a certi gruppi e a certi dischi io spero non torni mai. Così come spero che ci si dimentichi della parola britpop. Spero anche che l’indie rock muoia e che si arrivi ad ascoltare cose sempre più difficili da etichettare. No, no… a me la cacofonia non piace, ma più vado avanti, più amo constatare “l’assenza di riferimenti” o la mia personale ignoranza ed incapacità di linkare un gruppo ad un altro. In poche parole, vecchio come sono, non mi esalta più risentire le soluzioni del mio gruppo preferito nelle canzoni dell’ennesimo fenomeno lanciato dall’innominabile rivista online. Questo non vuol dire che tutto ciò che amo oggi è avant garde o fastidiosamente sperimentale. Dio solo sa quanto anche in quei contesti riaffiori la ripetizione, così come il citazionismo.

Il post rock è uno di quei tanti fenomeni che ha ucciso il nostro desiderio di scoprire (così come il twee e l’indie rock in generale). Per un anno (o due o tre), ci siamo incontrati ai concerti riconoscendoci in quanto ascoltatori di questa o quest’altra inesistente invenzione sub-culturale, forse per insicurezza, forse per pigrizia. Basta. Oggi a me piace la musica, mi piace ancora tantissimo, rimane una delle mie priorità assolute, droga giornaliera, ma mi rifiuto di associarmi ad un adesivo disegnato da qualcun altro, di prendere la strada più facile.

Due esempi: “punk funk” e “abstract hip hop”. Qualcuno se li ricorda? Oggi fa quasi ridere riconfrontarsi con tali “adesivi”. Se ci pensi, li abbiamo sorpassati o meglio, li abbiamo inglobati. Ci abbiamo messo un po’ ad imparare a rispettare quegli artisti che “lanciarono” inconsapevolmente quei fenomeni e a de-contestualizzarli dal baraccone con cui ci piaceva pensare arrivassero. Tutto si è raffreddato. Meglio così no? Se ci mettiamo a lottare nella promozione di un suono, se gridiamo istericamente sperando nel riconoscimento della nostra wave prediletta, lasciatemelo dire, facciamo più danni che altro. Potrà sembrare che io personalmente sia legato ad un certo suono, ma è solo perché mi sono ritagliato certi spazi in certi contesti che questa conclusione si auto-amplifica. In verità mi esalto allo stesso tempo per tante cose, quasi sempre curioso, quasi sempre entusiasta. Ci sono miriadi di suoni da scoprire ed il mio approccio è sempre (fortunatamente) infantile. Forse amo Grizzly Bear perché non so un cazzo sulla vera e propria psichedelia o forse amo Joanna Newsom perché il folk americano, quello vero, l’ho assimilato soltanto attraverso la rivisitazione postmoderna dei cantautori della mia generazione, mentre degli albori, delle radici, delle montagne Appalachian a cui Joanna fa riferimento, io non so nulla.

Io spero che il post rock non torni mai. Così come spero che i sottogeneri muoiano tutti e che rimanga solo la musica in senso ampio. Spero di non intrappolarmi mai più in una passione prefabbricata e pre – imposta e spero che tutti varchino certi sentieri e si mettano ad ascoltare quello che gli pare. Su quel giornale italiano su cui scrivo ci sono (mi sembra) 300 recensioni ogni mese. Tanti dischi buoni, per tutti i palati. Quando poi invece arrivo sui blog, ecco gli stessi nomi, ecco le stesse definizioni. Ce ne stiamo tutti sicuri nel nostro orto indie rock, in attesa di essere imboccati mentre fuori c’è il caos assoluto (rappresentato proprio da quelle 300 recensioni, che potrebbero benissimo essere 600 o 900).

Allora la Kranky? Quest’etichetta dedita ad un spettro musicale preciso e distinto che ha promosso, creato un mondo musicale a se stante (che noi abbiamo appreso e consumato per tutti questi anni)? La Kranky non ha creato il post rock (o, sarebbe meglio dire, l’ambient) quelli gli abbiamo creati noi. La Kranky non ci ha mai detto “questo è il suono di oggi” o “questa è la moda”. La Kranky si è semplicemente limitata a buttare fuori ottimi dischi nel corso dell’ultimo decennio, oltrepassando e sopravvivendo mode, corsi, avventi ed ovvie scomparse. Il post rock è morto, lo abbiamo ucciso noi un paio d’anni dopo averlo partorito, ma la Kranky esiste ancora.

Penso di aver sempre adorato le “scene” perché mi è sempre piaciuto vivere la musica oltre il supporto che la contiene. Insomma, entusiasmo e semi-fanatismo mi hanno sempre spinto verso ciò che era in verità più visibile. Sì perché in verità inizio a pensare che certe realtà morissero per essere scoperte ed alla fine, dopo tanti anni, penso che non ci sia molto di cui andare orgogliosi se si è semplicemente saltanti sul carro prima degli altri. In verità, il carro scendeva giù dalla collina a velocità costante da qualche chilometro.

Oggi mi rifiuto di saltare sul carro. Vado a camminare nei campi.

~ di Davide su gennaio 19, 2007.

3 Risposte to “The Culture Industry”

  1. credo di aver bisogno di molte letture per metabolizzare i contenuti e i moniti di questo post, ancorché scritto semplice e diretto. Intanto lo serbo, e ci penso. Grazie della lucidità

  2. davvero un gran post, quasi quasi se non ti dispiace lo lino sul mio blog!

  3. Ciao Davide,

    d’accordo su tutto ma forse, per completezza,
    sarebbe il caso di aggiungere che il termine
    post-rock – almeno nell’accezione originale del
    critico che lo ha coniato, Simon Reynold – descrive una pratica, a una metodologia in atto qualche anno fa costruire una delimitazione di genere.
    Forse fumosa ma una differenza c’e’.
    Se le etichette restano una maniera come un’altra per “fare a capirse”, un piccolo patto implicito tra giornalista/critico e lettore non credo ci siano grandi problemi, ma credo che tu faccia riferimento alla pigrizia di alcune band/ musicisti che sfruttano la popolarita’ di ondate sui media per scopiazzare e infilarsi in piccole nicchie appoggiandosi a queste definizioni sintetiche…beh, che dire, temo che il fenomeno sia fisiologico e non necessariamente legato a un termine o a un altro.

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