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Williamsburg Settimana #2

Awesome Color

Nel 2001 risparmiai tanti dindini per venire a New York per la prima volta. Ai tempi si lavorava in ufficio come tanti, dunque l’unica opportunità di scappare si presentò ovviamente in Agosto.

Sul Londra-New York British Airways stracolmo di turisti incontrai i Trail of Dead, che furono tanto gentili e simpatici (al tempo spaccavano pure). Si passò qualche ore a chiaccherare e tra le tante cose saltò fuori questo “nuovo” quartiere di Brooklyn che secondo loro andava esplorato a tutti i costi. Ricordo di esserci andato, a Williamsburg, e di aver incontrato la ragazza che girava con i Fine Before You Came (che adesso non mi ricordo il nome) al concerto degli Shiner al North Six. C’erano 9 persone.

Sette anni dopo a Williamsburg ci abito, il che per me fa molto figo, specialmente dopo 14 mesi passati in Massachusetts (grazie a dio c’ho infilato in mezzo il Giappone, altrimenti morivo). Dietro l’angolo ci sono ancora le fabbriche abbandonate che molto, molto lentamente vengono ristrutturate per ospitare futuri condomini di lusso. A Bedford sì, è tutto occhialoni e pantacollant, ma a Graham è pieno di nonni italiani in canotta e ciabatte. A Grand, dove abito io, c’è l’equivalente in versione portoricana.

Dopo due settimane devo ammettere che sono proprio felice di essere approdato qui. Lascia perdere Bedford Ave (anche se ci sono un paio di ristoranti, in particolare Wild Ginger, che mi rotolo)… se cerchi bene ti rendi conto che l’esercito in jeans pantacollant e fixed gear bike mette su un sacco di robe interessanti. Glasslands, Death By Audio, Dead Herring, MonkeyTown, Union Pool, i concerti nel negozio di frigoriferi di Oliva… tutte realtà che te la puoi menare fin che vuoi, ma si svincolano totalmente dallo schifume indie e dall’immaginario a cui il quartiere è associato. Pitchfork qui non ci arriva proprio. Se poi ti spingi più a est, a Bushwick, lì trovi Market Hotel e Silent Barn. Sinceramente non andavo ad un house show a $5 da un pezzo. Aggiungici pure i concerti gratis alla McCarren Pool o al Pier 17.

Nei miei 30 nostalgici, che passo nell’idolatrare uomini molto più vecchi di me che c’erano ai tempi dei DNA, mi sembra che New York, nel momento in cui ti sforzi di esplorarla, abbia ancora un fervore DIY assente in quasi tutte le altre città americane miticizzate al di fuori degli Stati Uniti. San Francisco è ancora intoccabile, ma di certo non può competere con l’urgenza e l’incazzatura artistica che pervade la Brooklyn DIY. Dopo due settimane, Williamsburg mi sembra l’esatto contrario di quel quartiere tutto immagine e pantacalze che viene fuori dal ciarlare di tanti blog. Mi ritrovo tutt’altro che annoiato e polemico… incrociando le dita a Settembre se ne leggerà sul giornale.

Weekenders

Venerdì sono andato allo StudioB a vedere Young Knives. Non ho la minima idea delle implicazioni che questo comporta. Mi dicono siano gruppo NME, il che mi spaventa. Forse, se ci penso bene, mi piace illudermi che codesta generazione di gruppi inglesi si sia formata ascoltando i dischi usciti per Art Monk Construction e Gern Blandsten e che con il “britpop” non abbia nulla a che vedere. C’erano 8 persone.

Poi ha suonato The Field, che fino a metà concerto pensavo fosse un altro act in scalletta. Tutto analogico con basso e batteria dal vivo. Ed io che mi aspettavo il delirio con Everday e invece questi me la distruggono in versione macchinosa/krauta.

Sabato sono andato all’East River Amphitheater a vedere I gruppi che vogliono essere animali. Ne Animental ne Lexie Mountain Boys sono riusciti a farmi rotolare per terra come una giraffa. Anzi, mi sono proprio rotto le balle. C’erano 14 persone.

Lucky Dragons invece ha spaccato tutto. Ho fatto pure un video.

Podcast #12 - Harmony, Find me Something to Do (Part I)

Tracklist:

Mountains - Sewn One
Valojuopot - Riisilla Ja Rusinoilla
Peter Broderick - Stopping On The Broadway Bridge
Koen Holtkamp - Walker
Harmony and Pollution - Your Name
The Brother Kite - Waiting For the Time To Be Right (alt. mix)
Pumice - Pipi
Anni Rossi - Wheelpusher

Scarica qui.

P.S.: La parte due la posto tra un paio di settimane. Penso.

Podcast #11 - To Filippa K & Carolyn J. Dean

Tracklist:

Abe Vigoda - Dead City Waste Wilderness
Angel Hair - Witch Hunt Scene from Star Trek
Tomasz Bednarczyk - I See You
Promise and The Monster - Words
Ljudbilden Och Piloten - N. Vaerlinge
Cloudland Canyon - You & I
Jasmina Maschina - Slow Walker
Tape - Fingers
Remember Remember - Fountain Mountain
No Age - Things I Did When I Was Dead

Scarica qui.

Credo che Damien Jurado non Creda veramente in Dio

Devo ammettere di non aver consumato molto negli’ultimi cinque mesi, in tutti i sensi. Cioè, nel senso che ho perso un sacco di punti scena in quanto negligente su tanti aspetti. Oppure di punti ne ho guadagnati tantissimi, non so. Penso di essere piuttosto soddisfatto del fatto che oggi è tutto ribaltato, che sto proprio fuori da tutti i canoni di definizione. Mi sono pure laureato ad un’università che costa un fracasso di soldi, però mi sa che ero l’undergraduate più vecchio sul campus, il che è stranissimo e quasi incomprensibile per tanti. Ho fatto ben due colloqui a New York City ma ad uno sono andato senza chiudere la cerniera dei miei pantaloni Just Cavalli. Faccio fatica a riderci sopra.

Negli ultimi cinque mesi, mentre leggevo i libri di Leo Bersani ho abitato con quattro appena-laureati che guardano lo sport alla tv bevendo Bud Light. Il loro entusiasmo per la palla (da baseball, da football o da basket) è diverso da quello dei miei compatrioti, che me li ricordo alla tv quattro anni fa che si tiravano le bottiglie e si menavano. Forse l’Italia è più “autentica”, come dicono tutti quelli che sono rimasti a casa. Ho anche abitato con un tipo di colore che c’ha 42 anni e che non ho capito bene, ma c’ha un figlio. Penso che lavori da Comcast, al customer service che chiami quando non ti funzia il cable.

Sono andato a vedere i Foals mentre ero a New York, ma c’erano le bambine che mi tiravano le gomitate mentre prendevo contro le loro borsette che c’avevo la fotta. Ho scritto a Stefano che volevo riprendere a scrivere la rubrica che almeno così ero obbligato a ri-appassionarmi a qualcosa di più salutare, che i libri dei professori famosi non li conosce nessuno e non trovi nessuno con cui parlarne, mentre i No Age sono un po’ sulla bocca di tutti, pure dello spazzino. Penso. Poi ho cambiato idea.

Oggi ho dovuto cliccare su quel sito, Pitchfork, lo Starbucks dell’indie, per vedere le foto dei Mogwai, che adesso hanno scritto una canzone che si chiama “I’m Going to Blow Up Your School” e che spero spacchi tutto. Stuart è sempre più brutto, Barry sembra afflitto dal demone cocaina e John, cosa dire, John è sempre più hardcore e adesso è pure bearcub. Suonano a New York 7 giorni dopo il giorno del mio compleanno. Simone, compra i biglietti, adesso c’ho un motivo serio per cercare/trovare lavoro.

Mi manca la mamma.

Che Emozione.

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Podcast #10 - In Densuke’s Memory

Tracklist:

Stars of the Lid - JPRIP
Dawn Smithson - The Light
Scott Tuma - Cimbal
Foals - Heavy Water
Throw Me the Statue - Conquering Kids
Deer Tick - Art Isn’t Real (City of Sin)
Kimya Dawson - My Mom
Aaron Martin - Burning Honey
David Torn - End Credit Suite

[interlude]

The Dodos - Walking
{{{Sunset}}} - Man’s Heart Complaint
Fuck Buttons - Sweet Love For Planet Earth
Paul Cantelon - Theme For The Diving Bell And The Butterfly

Scarica qui.

Queer Theory #1: I Luv La Pequeña

This is how you fight the hegemony.

Le Bombe

Come dire… per noi ignoranti, L’Avocat de la terreur è un’esperienza Intensa.

Too Sweet to be True

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Che bello My Blueberry Nights. Sembra quasi uno scherzo, una carrellata di miti ravvivati egoisticamente da un regista che può fare quello che vuole … dedicati quasi in esclusiva a certi trentenni nostalgici che preferiscono ancora perdersi in sogni più o meno ridicoli … nonostante i coriandoli siano oggigiorno a portata di mano un po’ per tutti. Sarà che Wong Kar Wai i road trip se li sognava da bambino mentre ascoltava vinili registrati e stampati dall’altra parte del mondo. Le sue fantasie si saranno fermate lì, un po’ come per certa gente che conosco io.

Alla fine viene fuori un film di stereotipi sentimentali fuori moda, a ritrarre un’America immaginaria che esiste solo nella storia del cinema. Sarebbe stato bello vederlo nella monosala d’essai con gli amici colti … magari parlarne davanti ad una bottiglia di vino alle 2 di notte … invece no, Blueberry scorre sul laptop, chissà che cosa ne penserebbe Mr. Kar Wai del mio trattamento poco rispettoso. Un film così emo, così manieristicamente nostalgico e lontano dal cinismo e dalle psicosi caratteristici delle interazioni cinematografiche moderne lo poteva fare solo uno di Hong Kong.